Eros e autobiografia

Hestetika Magazine

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Brad Phillips, classe 1974, è un artista e scrittore canadese la cui indagine si articola intorno a tematiche quali erotismo, depressione e morte. Pur intrattenendo legami incontrovertibili con la sua vita privata, il suo lavoro risulta enigmatico e difficile da definire.

di Angelica Moschin

Èvero che il tuo lavoro può essere concepito come una manipolazione della tua autobiografia? Una volta hai detto che le memorie sono sempre una sorta di finzione. Come spiegheresti questo?

“Quando dissi questo mi stavo riferendo al fatto che le memorie o autobiografie sono diverse dalle biografie di personaggi famosi scritte da scrittori imparziali. Quando qualcuno scrive il racconto della sua vita, tende a concentrarsi – e questo è perfettamente comprensibile – sugli aspetti positivi. Le memorie tacciono quasi sempre sull’essere dei genitori assenti o partner violenti. Quindi quello che volevo dire è che le memorie sono una finzione nella misura in cui presentano una versione altamente corretta della vita. Per quanto riguarda il fatto che il mio lavoro venga concepito come una manipolazione della mia stessa autobiografia, questo è vero. Sono interessato a come la commistione di realtà e finzione possa influenzare il pubblico e indurlo a dubitare di ciò che è effettivamente vero. Si tratta di un filtro della realtà basilare nel 2016: oggi è tutto mediato a tal punto che l’idea di una realtà neutrale è una sorta di chimera. Sono un artista maschio bianco di 42 anni. Esistono certi clichés associati a questo. Ho sofferto di una malattia mentale e sono stato un tossicodipendente. E tutti questi elementi della mia vita vanno a far parte di un ben nutrito cliché storico riguardante gli artisti maschi bianchi.

Non posso sopportare gli autoritratti storici degli uomini del passato, né mi piacciono i clichés che ruotanointorno agli artisti mentalmente instabili, alcolizzati e drogati. Se è pur vero che ho avuto problemi mentali e di droga, voglio scherzarci sopra. Nel mio lavoro una parte è vera e un’altra è completamente gonfiata; funziona da trappola. Un’immagine accurata di chi sono veramente si potrebbe trovare solo nelle centinaia di migliaia di foto che non trasformo in opere d’arte”.

Cos’è l’erotismo per te?

“Qualcuno me l’ha chiesto di recente, e ancora non so cosa questa parola significhi per me. Ho un’idea di cosa è sessuale e di cosa è pornografico. Non mi piace la pornografia. Ma non mi piace nemmeno ciò che viene rappresentato e presentato come erotico. Penso di essere più attratto da ciò che è apertamente sessuale. Il sesso o ciò che viene comunemente considerato sessuale apre uno spettro di sfumature troppo vasto. All’interno di questo spettro certe cose potrebbero essere considerate sessuali o erotiche da qualcuno e allo stesso tempo immorali e problematiche da altri. Per questo sto imparando col tempo a evitare questo genere di domande”.

“Uno scherzo è sempre una dichiarazione di superiorità”. Penso che questa affermazione permei tutto il tuo lavoro. Quanto è importante l’ironia nei tuoi lavori, nella nostra vita, quando si affrontano temi quali depressione e erotismo?

“Non posso prendermi il merito di quella frase che proviene da un romanzo di Martin Amis. Direi comunque che l’ironia non è affatto presente nel mio lavoro, e che se le persone vi vedono dell’irov, o sto sbagliando qualcosa, o loro vedono qualcosa che mi sfugge. Non ho tempo per l’ironia. Sono di gran lunga più interessato alla sincerità. Quella frase in particolare, come qualcuno ha fatto notare in un articolo sulla mia ultima mostra, si riferisce in qualche misura al mio costante puntare il dito verso le mie stesse debolezze prima che qualcun altro lo faccia, al rendermi vulnerabile mostrando le parti più sgradevoli di me stesso prima che qualcun altro le noti. Il modo più semplice per fare questo passa attraverso lo scherzo. Lo scherzo mi fornisce una sorta di antidoto contro le critiche. Io riconosco di essere un individuo imperfetto e che i miei dipinti non sono sempre destinati a essere dei capolavori. È una rivendicazione di superiorità che passa per l’abnegazione, il che è molto interessante.

È impossibile non notare la tua ampia portata stilistica. Ti sei misurato sia con la fotografia che con lo scritto. Dove ti senti più a tuo agio? A quale disciplina sei più affezionato?

“Per molto tempo mi sono sentito a mio agio soprattutto in ambito pittorico, cioè dove avevo più successo. La pittura è anche l’ambito in cui mi sento più abile da un punto di vista tecnico. Ma negli ultimi anni mi sono cimentato con il video e la fotografia, tutte cose su cui mi sentivo insicuro in passato perché non avevo le stesse competenze tecniche. Ma ora non mi preoccupo più. Forse il talento non ha poi così senso. Ci sono così tanti artisti là fuori con un talento immenso che però non produrranno mai un’opera d’arte davvero convincente. Perciò direi che mi sento a mio agio con tutto, pittura, video, fotografia. Sento ormai di essermi costruito una sensibilità estetica autenticamente mia. Sono a mio agio con qualunque medium si adatti a esprimere la mia idea. Se dovessimo parlare di affetto invece, direi che sono particolarmente legato alla pittura. Ma da quanto ho cominciato a lavorare con un editore, Tyrant, sono anche diventato sempre più entusiasta nei confronti della scrittura”.

Qual è il tuo rapporto con i social media, in particolare Instagram? Ho sentito che hai avuto dei problemi dovuti al contenuto erotico di certe tue foto e hai deciso di chiudere l’account. Cosa ne pensi?

“Non uso quasi più Facebook. Ho un profilo su Twitter praticamente sconosciuto e un account Instagram inspiegabilmente famoso. Penso che Instagram si presenti come una sorta di democrazia visiva, quando invece è altamente mediato e controllato. Ci sono delle regole precise che devi rispettare e per quanto io le abbia rispettate, tre dei miei account sono stati cancellati. Se risulti sgradito alla gente, questa comincia a segnalare le tue immagini e il tuo profilo viene chiuso. Instagram è interessante solo perché ha permesso agli artisti di entrare in contatto con i collezionisti e le gallerie in un modo impensabile prima. Ho venduto molti lavori grazie a Instagram, ho fatto una personale a Oslo e una è in arrivo a Ginevra. Eppure non amo avere trentaquattromila seguaci, per esempio, e poi solo tre amici effettivi nella realtà. Il divario esistente tra l’illusione e la realtà è sconfortante. So che è paradossale che sia io a pensare e dire tutto questo, dal momento che cerco di generare la stessa confusione con il mio lavoro. Potrei criticare i social media, ma alla fine mi hanno aiutato più di quanto non mi abbiano recato danno. Ogni tanto mi immagino di abbandonarli, ma poi temo che le persone si dimentichino di me, e ritorno al punto di partenza. È la vecchia solfa dell’insicurezza presentata in chiave ipermoderna”.